Twitter volat, scripta manent. Ovvero, cosa resterà di Twitter.

In questo post mi cimenterò nell’ardua impresa di conciliare la mia indole vagamente introspettiva con l’interesse per i fenomeni del Web 2.0. Parlerò nuovamente di Twitter, ma adottando una prospettiva che ricordi l’importanza del fattore umano nella sorprendente ascesa dell’impavido uccellino blu.

L'avatar di @istintomaximo.

Questa riflessione nasce in seguito a una conversazione intercorsa via DM tra me e @istintomaximo. Chiunque abbia un minimo di familiarità con il sito di microblogging non si chiederà certo, come fece Don Abbondio con Carneade, chi sia costui. Gli altri potranno ovviare cominciando a seguirlo. La biografia di @istintomaximo non fa trapelare granché, se non che “il sarcasmo è il profumo della vita”. E questo è vero a Sassari come a Capo Comino, passando per molti altri luoghi del mondo. Di lui, per giunta, vediamo solo un occhio. E un piercing al sopracciglio, se prestiamo un minimo d’attenzione all’avatar. A essere veramente esplicativi della sua persona, semmai, sono i tweet. Vi rimando perciò a un’attenta lettura della sua timeline: vi scorgerete perle di rara bellezza, ma non potrete mai fregiarvi di un privilegio toccato solo a pochi eletti – tra cui il sottoscritto – ossia il conoscerlo di persona. E averci fatto il liceo assieme.

La meteorologia come soggetto comico.

L’@istintomaximo studente era uno che, a dispetto del fare apparentemente schivo e mansueto, ti sorprendeva con gag a dir poco esilaranti: con ilMeteo.it ancora di là da venire, lui stilava già improbabili bollettini meteorologici su fogli di carta raffazzonati alternando, nel giro di 10 km e indipendentemente dalle stagioni, tempeste di neve a straordinarie ondate di caldo. E te li dispensava sottobanco, mentre la prof spiegava, vanificando con un enorme fiocco di neve che copriva l’intera Sardegna in pieno giugno qualsiasi tentativo di trattenere le risate. Credetemi, anche se la meteorologia potrà sembrarvi tutto tranne che un soggetto comico, lui era riuscito nell’impresa di farcela diventare.

Quando ancora i diari erano il corrispettivo cartaceo dell’attuale bacheca di Facebook, e gli adolescenti se li scambiavano affinché ciascun amico/a vi scrivesse le proprie riflessioni semiserie sull’incombente compito di Latino e sulla ficaggine dei Take That, lui aveva sviluppato una straordinaria abilità nell’imitare la calligrafia altrui, attribuendo alle ignare vittime della falsificazione frasi assolutamente imbarazzanti e lesive della propria e altrui immagine.

Gli occhialoni da clown.

Un giorno, sfidando l’ira della prof, il non ancora @istintomaximo si mise a leggere in classe La Gazzetta dello Sport, con assoluta nonchalance. L’arpia lo invitò a chiudere il giornale (che gli copriva l’intero volto) e lui, nell’eseguire l’ordine, rivelò dietro le pagine rosa che narravano le imprese di Ronaldo – quello vero – un enorme paio di occhialoni da clown. Il boato di risate che ne scaturì riecheggia ancora nei corridoi del fatiscente fabbricato siniscolese allora adibito a scuola. E la conseguente nota sul registro a indirizzo dell’intera classe è impressa a caratteri di fuoco nella mia memoria: “L’alunno @istintomaximo si fa beffe della docente, inducendo i compagni a fare altrettanto”. Una sorta di #FF ante litteram, peraltro meritatissimo.

Ma il suo pezzo forte resta probabilmente l’imitazione della mandria di cavalli imbizzarriti, eseguita battendo le nocche sul banco. Il galoppo raggiungeva il suo apice per poi interrompersi improvvisamente, a indicare che i cavalli avevano spiccato un salto. Il punto è che il silenzio si protraeva per alcuni lunghissimi secondi, a volte persino minuti, ma poi il galoppo riprendeva di schianto, ancora più impetuoso di prima. E poi lui ti guardava con quella faccia da schiaffi e ti diceva: «Si vede che il fosso era particolarmente lungo».

Questo per dire che, nonostante l’habitus che ci mettiamo sopra, la scrittura – pur entro il limite dei 140 caratteri – riesce sempre a riportare a galla la parte più autentica del nostro animo, e a farci perseguire più o meno consciamente le nostre aspirazioni. Evidentemente il destino di @istintomaximo era, oggi come allora, quello di intrattenere le persone e fare proseliti: Twitter, utilizzando un’immagine cara a un tale diventato famoso grazie a una mela morsicata, ha unito quei puntini apparentemente sconnessi che erano i bollettini meteorologici, la calligrafia farlocca, gli occhialoni da clown e la mandria imbizzarrita, e ha fatto sì che quello schivo ragazzo di Capo Comino diventasse l’@istintomaximo che conosco oggi. Uno che snocciola Top Tweets e raggranella qualcosa come 3.154 followers (primo postulato di Antoni sull’importanza del fattore umano su Twitter).

L'Isola Rossa.

Bene, con l’@istintomaximo di oggi – quello esilarante pur senza gli occhialoni da clown – ci siamo ritrovati a commentare via DM l’hashtag #èmeritodiFiorello, da me coniato quasi per caso per stigmatizzare la tendenza di taluni inetti ad attribuire all’istrionico showman siciliano il merito della liberazione di Rossella Urru. Lui mi diceva di aver assistito in diretta al “parto” del fortunato hashtag, e di come l’episodio resterà uno di quelli da ricordare davanti all’Isola Rossa. Quella piccola lingua di scogli a nord del faro di Capo Comino, nel litorale siniscolese, è uno di quei personalissimi “luoghi della memoria” davanti ai quali, negli assolati pomeriggi di fine estate, quattro amici sono soliti rievocare gli episodi principali degli ultimi mesi e, se dispongono di tempo e voglia sufficienti (risorse che in agosto abbondano), persino degli ultimi anni. Il solo fatto che @istintomaximo abbia evocato l’eventualità che la nostra rutilante cavalcata su Twitter possa diventare, negli anni a venire, oggetto di un’operazione nostalgia nella splendida cornice dell’Isola Rossa, mi ha ricordato di come anche Twitter sia destinato a finire. O perlomeno a trasformarsi, come si sono trasformate tutte le forme di comunicazione – altrimenti staremmo ancora disegnando mandrie di cavalli imbizzarriti™ e apponendo il palmo della mano intinto nell’ocra sulle pareti di una grotta dell’Africa centrale. E anche se Twitter non dovesse finire (quantomeno non nel breve termine), saremo noi a cambiare, ad annoiarci, a migrare in massa verso altri lidi, a fare figli, a cambiare loro il pannolino e a non disporre più del tempo necessario per seguire la traiettoria descritta dal cianotico uccellino nel mutevole firmamento del Social Web. E quel giorno arriverà, credetemi: se ora, da Twitter-entusiasti quali siamo, fatichiamo a visualizzarlo, è solo per via dalla nota difficoltà nel prevedere la fine di un fenomeno durante il suo farsi. Perciò, quando anche l’uccellino blu si sarà posato esanime sulla terraferma dopo il lungo volo – la cui durata, come per i cavalli di @istintomaximo, dipenderà dalla “lunghezza del fosso” – cosa resterà di lui?

Twitter, cosa resterà?

Resteranno le parole, dannazione, le parole. Che sono importanti, anche se questa constatazione mi costringe mio malgrado a citare Nanni Moretti. Resteranno le riflessioni eteree al profumo di elicriso e lentischio del conterraneo @insopportabile. Resterà la crociata contro l’imbecillità dell’implacabile @Vendommerda. Resteranno i moniti tra il sacro e il profano dell’imperscrutabile @lddio. Scritto con la “l” minuscola iniziale, mi raccomando, che sennò lo cercherete per tutta la vita senza trovarlo. Resteranno il violoncello e i limoni duri di @nataliacavalli, e i tweet degli sveglioni che, quando qualcuno conia un hashtag che invita a modificare il titolo di un film, le scrivono “L’uomo che sussurrava a @nataliacavalli”. Resterà il sarcasmo di @ItsCetty, che si chiede come abbia potuto Celentano congedarsi dal palco di Sanremo senza nemmeno averci dato la comunione. Resterà la mise da cuoca di @LiaCeli, che me la fa immaginare intenta a preparare chissà quale intingolo verbale. E soprattutto, resteranno le mie e le vostre parole. Che mai e poi mai saranno tacciate di inutilità, nella splendida cornice dell’Isola Rossa (ad eccezione, ovviamente, delle richieste di RT indirizzate ai vip). E sono convinto che, se solo vi conoscessi come conosco @istintomaximo, finirei con l’imbattermi in aneddoti altrettanto esilaranti, perché tutti, almeno idealmente, ci siamo nascosti dietro a un giornale con addosso degli occhialoni da clown (secondo postulato di Antoni sull’importanza del fattore umano su Twitter).

Ricordo che un pomeriggio, quando ancora studiavo all’università (e, nella fattispecie, durante un periodo nel quale mi ero persuaso che una laurea fosse utile quanto la Scottex Tre Veli, ma se possibile non altrettanto morbida), fui raggiunto da una telefonata di mia madre, che mi chiedeva come procedesse lo studio. Ammisi candidamente di non aver aperto libro, e di aver passato tutto il pomeriggio a scrivere. Mentre mi predisponevo psicologicamente al più classico dei cazziatoni, lei pronunciò la frase che ha cambiato per sempre il mio rapporto con la scrittura, persino entro il limite dei 140 caratteri: “Il tempo passato a scrivere non è mai tempo perso”. Oggi, probabilmente, l’avrei ritwittata.

Enjoy, A.

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Qualcuno volò sul nido di Twitter.

In principio erano i bimbiminkia, preadolescenti acefali votati allo stalking e all’emulazione di teen idols statunitensi. Poi è stata la volta dei fake, utenti che hanno osato parodiare le più alte cariche dello Stato allestendo profili istituzionali fittizi, tanto da provocare lo sdegno di parlamentari progressisti scopertisi censori ed essere brutalmente estromessi dal sito. Oggi, a turbare l’equilibrio culturale di Twitter sono i VIP, bizzarre creature antropomorfe provenienti in larga parte da un medium adiacente, ossia la cara, vecchia, mai abbastanza vituperata televisione.

Anni '50. Donna in posa plastica tra due televisori.

Quest’artefatto elettronico, presente ormai in più esemplari nelle case degli Italiani, si è distinto sino a un recente passato per la peculiare forma cubica, e per la capacità di trasmettere immagini in movimento e suoni di natura variegata, caratteristiche in virtù delle quali esso è stato affettuosamente ribattezzato “scatola magica”. Il televisore ha conosciuto poi un progressivo assottigliamento delle forme e un ampliamento della superficie di visione, conseguenti all’abbandono del tubo catodico per i più moderni schermi a cristalli liquidi. Contestualmente, la trasmissione analogica dei dati è stata soppiantata da quella digitale. È bene notare che – quale che fosse la tecnologia di trasmissione – Rete 4 non avrebbe potuto andare in onda.

Detto ciò, all’evoluzione tecnologica della “scatola magica” non è ahinoi corrisposto alcun miglioramento contenutistico della stessa. Anzi, alla nobile funzione di alfabetizzazione della tv degli anni ’50 è subentrata, negli anni, la coltura dell’analfabetismo di ritorno, culminata nel trionfo della tv generalista/commerciale e dei suoi abomini (Grande Fratello, Uomini e Donne, Amici, X Factor). Curiosamente, alla transizione tecnologica sono sopravvissute anche le bizzarre creature che abitano la “scatola magica”. I loro volti si sono fatti beffe del passare delle stagioni – e dei palinsesti – ricorrendo a misteriose pratiche chirurgiche, sino quasi a diventare sfingi dal ghigno imperscrutabile. Il fatto che questi esseri fossero confinati all’interno della scatola magica ci ha altresì illusi che fosse sufficiente la pressione di un tasto del telecomando per liberarcene.

Qualcuno volò sul nido di Twitter.

Da qualche tempo, però, la membrana che separa il medium televisivo da Twitter è soggetta a una preoccupante osmosi, che ha fatto sì che molti abitanti della scatola magica abbiano trovato asilo nel nido dell’uccellino blu. Qualcuno volò sul nido di Twitter, insomma, ed è evidente che se quel qualcuno ha il viso pingue e rassicurante del florido Jerry Scotti, i problemi di spazio non tarderanno a manifestarsi. Ci tengo a precisare che non ho nulla contro il buon Gerry: assurgo lui a paradigma di questo fenomeno migratorio per comodità espositiva e perché il suo è tra gli approdi su Twitter più recenti, ma è evidente che il corpulento Gerry sussume – a mo’ di matrioska – personaggi quali @sarofiorello, @frafacchinetti, @lorenzojova, @sattamelissa e svariati altri volti dello showbiz elencati nella preziosissima lista curata da Luca Alagna (aka @ezekiel).

Ora, lascio che sia il lettore a stabilire quale sia l’effettivo apporto di questi personaggi all’ecosistema Twitter, e chi faccia pubblicità a chi (se i VIP all’uccellino blu o l’uccellino blu ai VIP). A interessarmi, semmai, sono la causa e le conseguenze di questo fenomeno migratorio, che ricorda per certi versi le invasioni aliene narrate dalla sci-fi anni ’50 o – meglio – l’epopea della conquista delle Americhe. Oggi come allora, abbiamo un territorio vergine (Twitter), dei nativi a cui usurparlo (gli early adopters) e degli invasori inferiori di numero ma dal maggior “peso specifico” (i VIP). A riprova del disequilibrio tra le forze in gioco, si prenda la facilità con cui la “scatola magica” monopolizza le conversazioni su Twitter – è sufficiente anteporre un “#” al nome della propria trasmissione per “fare lo strabotto” (cit.) – o la velocità con cui i VIP rastrellano proseliti su Twitter – a Gesù sono occorsi 33 anni per avere 12 followers, a Gerry Scotti sono bastate 3 settimane per averne 70.000.

Ironia a parte, la migrazione dei VIP su Twitter (così come quella di altre categorie di utenti: Biebelers, fake et similia) è da imputare unicamente alla crescente popolarità dell’uccellino blu. E lasciamo che a commentarla siano proprio le laconiche parole di un VIP:

Also Sprach Nicola Savino.

L’acuta analisi di Nicola Savino trova riscontro nella celeberrima curva di Rogers, un modello sociologico elaborato negli anni ’50 per spiegare il processo di diffusione/acquisizione delle tecnologie e applicabile con successo anche ai social network:

Il modello di Rogers applicato ai social network. Credits: Vincenzo Cosenza.

Come si può osservare nella rielaborazione del modello di Rogers ad opera di Vincenzo Cosenza, il nostro amato uccellino blu vola in prossimità della cima della collina e, superatala, planerà bel bello verso il punto di saturazione – che verosimilmente corrisponderà all’iscrizione su Twitter di Pippo Baudo. Perciò, piuttosto che gridare all’invasione aliena o invocare l’esistenza di una razza twitt-ariana primigenia avente diritti di prelazione sul nido di Twitter, faremmo bene a prendere atto dell’inevitabilità del processo di saturazione e a rassegnarci all’idea di stare un po’ più stretti. Tanto è probabile che avremo spiccato il volo ancor prima che il cuculo col volto pingue di Gerry Scotti possa spingerci fuori dal nido, dal momento che gli ambienti sovraffollati perdono velocemente la loro appetibilità, specie agli occhi degli utenti più smaliziati. Quando la sua ficaggine si sarà diradata per sempre, ci ricorderemo che #ilpiùgrandemeritodiTwitter era proprio la sua capacità di affrancarsi dalla monodirezionalità e dall’autoreferenzialità del medium televisivo, e di parodiarne i protagonisti e i contenuti, anziché fungere da loro cassa di risonanza. In attesa che quel giorno arrivi, potremmo prendere spunto dallo storico commiato di Gerry Scotti e “ricordarci di vivere”.

Enjoy, A.

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Riflessioni (semiserie) su @PalazzoChigi, @andreasarubbi e l’#opencazzola.

Per una volta proverò a mettere da parte le mie inezie per concentrarmi su un tema di più ampio respiro (che abbia ingerito troppe Ricola?). Alcuni di voi sono già a conoscenza del mio amore spassionato per Twitter, il sito di microblogging che se solo provi a chiamarlo social network s’incazza – e con lui, i suoi utenti.

Amo Twitter perché è essenziale, onesto e persino spietato, se serve. E perché, in tempi di dominio dell’immagine, è riuscito a riportare il focus della comunicazione sulla parola scritta. O almeno ci prova.

Gli usi di Twitter sono molteplici, come eterogenea è l’utenza che lo popola. I bimbiminkia lo usano per monitorare la pubertà di Justin Bieber, i bimbiminkia più cresciuti per dileggiare le ugole dei concorrenti di X Factor, e i bimbiminkia ancor più cresciuti e con ambizioni da intellettuali per lagnarsi dell’azione di governo o per palesare la propria ficaggine. Mentre aspetto di guadagnarmi l’appellativo di twitstar, così da poter felicemente ricadere nella terza categoria di utenti, mi limito a usare Twitter come una sorta di termometro politico. Un termometro piuttosto pruriginoso, a dire il vero, tanto da essermi persuaso che non sia infilato sotto l’ascella.

Twitter assimila i malumori – o le felicità – delle persone, e li rigurgita sotto forma di fantasiosi hashtag, il cui scopo dovrebbe essere quello di indicizzare e accorpare tutti i tweet aventi come oggetto il medesimo argomento. Gli hashtag più in voga assurgono poi a una sorta di Olimpo delle conversazioni, i cosiddetti Trending Topics – noti in gergo come TT – motivo per cui gran parte dell’utenza di Twitter si affanna per riuscire a coniare un hashtag che riesca a figurare in quella nefasta classifica.

Gli eventi politici non sono naturalmente esenti da questo fenomeno di ruminazione e rielaborazione della realtà, tanto che anche la sospirata caduta del governo Berlusconi è stata accompagnata da hashtag quali #308, #finecorsa, #maipiù, sino al più esplicito #BERLUSCONIFUORIDAICOGLIONI, ingenerosamente escluso dai TT dalla pudicizia dell’algoritmo che presiede la loro composizione.

Ma c’è di più. L’uccellino di Twitter, calandosi nelle inedite vesti di cavallo di Troia – per una volta il termine non fa riferimento alle vicende sentimentali dell’ex Presidente del Consiglio – è riuscito a fare breccia nella stanza dei bottoni, quel Parlamento che credevamo alla mercé di personaggi folcloristici alla Domenico Scilipoti. La lodevole iniziativa è opera del deputato del PD Andrea Sarubbi (@andreasarubbi), cui si deve anche la paternità dell’hashtag #opencamera. Non vi nascondo che l’idea di raccontare il Parlamento dall’interno, usando una formula non ingessata, soporifera e unidirezionale come quella adottata dalle varie tv/web tv parlamentari ha riscosso sin da subito la mia approvazione (in realtà #opencamera era in fase di gestazione da più di un anno, la mia è stata una scoperta tardiva). Il mio primo commento a riguardo, datato 6 ottobre 2011, riletto oggi ha un che di profetico:

Effettivamente, di #opencamera se ne parlerà eccome. L’hashtag funziona, gli utenti discutono, fanno domande, s’incazzano. E Sarubbi, nei limiti del possibile, risponde. Tutto si consuma in un clima di febbrile attesa – in quelle ore il governo Berlusconi sta esalando il suo ultimo respiro – eppure il dibattito si connota per i toni sorprendentemente costruttivi. Una novità assoluta, in un Paese il cui lessico politico è stato ammorbato per anni dalle baruffe dei salotti televisivi. Tutto come nelle migliori favole, insomma, con @andreasarubbi a fare da gatekeeper della stanza del potere per eccellenza. Se non fosse che anche Twitter, come tutte le favole che si rispettino, contempla la figura dell’antieroe.

Ecco allora che l’attenzione del solerte Andrea, anche in seguito alle segnalazioni inoltrategli da un corposo numero di utenti, si dirige sull’account di @PalazzoChigi, profilo la cui veridicità appare quantomeno dubbia. Un fake, insomma, la cui epopea è stata abilmente riassunta dall’ottimo resoconto di jumpinshark su Storify. Il punto è che l’intento parodistico e canzonatorio del suddetto account sembra essere sfuggito ai più – a parziale giustificazione della svista bisogna ammettere che l’intento satirico non era esplicitato da nessuna parte, come invece accade in altri celeberrimi fake – e desumerlo dal solo tenore dei tweet era evidentemente opera improba, in un Paese obnubilato dalla sobrietà Montiana. Così il sospetto si è trasformato in fastidio, e il fastidio in denuncia. Sarubbi segnala alla Polizia Postale, il braccio armato (di mouse) della legge – o chi per lui – esegue, e @PalazzoChigi chiude i battenti. Lasciandosi dietro l’inevitabile scia di polemiche. Twitter si divide e le opposte fazioni si sfidano a singolar tenzone, rispolverando termini suggestivi quali golpe, furto d’identità e diritto di satira. Io stesso cavalco l’onda dispensando qualche benevola minchiata all’hashtag #opencazzola, e saluto con entusiasmo la reincarnazione del defunto @PalazzoChigi nell’esotico – e, a mio modo di vedere, esilarante – @PalazzoFiji.

Eppure, a mio modesto avviso, la parte veramente esilarante dell’intera vicenda è quella che ha preceduto il definitivo smascheramento e castigo del fake: l’accertamento della verità ha infatti ricordato, nelle modalità, quella celeberrima gag nella quale due amici, passeggiando per strada, si imbattono in una sostanza marrone e, dubbiosi circa la sua natura, cominciano ad assaggiarla a turno. Uno sostiene si tratti di merda, l’altro di cioccolata. Giunti alla conclusione che si tratti effettivamente di merda, i due si rallegrano per non averla pestata. Il fatto è che, a fare i censori, quand’anche la merda non la si pesti, si rischia perlomeno di assaggiarla. Citando un episodio meno pecoreccio, il fake di @PalazzoChigi potrebbe ricordare anche la beffa delle teste di Modigliani messa a segno da tre ragazzi livornesi nel 1984. Anche in quell’occasione, ci fu chi rise e chi si sentì perculato. Il lascito curioso dell’intera vicenda è che pare vogliano farci un film, perciò magari tra vent’anni c’è gloria anche per noi.

Tornando seri, vorrei concludere questa mia breve (e, a scanso di equivoci, ironica) disamina sull’accaduto citando un esempio certamente più vicino nel tempo, nonché di maggior pertinenza tematica rispetto all’oggetto del contendere: fake e Social Media. Nel 2003 Friendster, uno degli archetipi dei moderni social network, conobbe un’eccezionale moltiplicazione dei falsi profili. L’aumento dei fake – che si era soliti identificare con l’appellativo di Fakester – era in larga parte ascrivibile al tentativo degli utenti di aggirare uno dei limiti strutturali di Friendster, ovvero il non poter visualizzare i profili di persone lontane più di quattro gradi di separazione (perciò, almeno virtualmente, non si poteva entrare in contatto con degli sconosciuti). In questo senso i fake – guarda caso politici, vip e istituzioni – fungevano da aggregatori di persone tra loro estranee, escamotage che permise agli utenti di espandere il proprio network. Di contro, però, i falsi profili indispettirono a tal punto gli amministratori di Friendster da guadagnarsi il ban permanente, politica che di fatto sancì la rottura del patto di fiducia tra sito e utenti (molti dei quali trovarono asilo nell’ormai defunto MySpace). Morale della favola, gli ambienti troppo “normati” a mio avviso perdono di appetibilità. L’utenza è suggestionabile, si spaventa e – nel peggiore dei casi – migra altrove. Il caso di @PalazzoChigi non lascia certo presagire l’attuazione di un regime censorio anche su Twitter (almeno spero), ma un’eccessiva attenzione della politica – in senso lato – sui Social Media potrebbe avere derive nefaste.

In ultima istanza, parafrasando una citazione ormai abusata, è bene ricordare che, comunque vada, un cinguettio ci seppellirà.

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Piccoli mondi fatti di parole.

Per un blogger, non c’è cosa più desolante che accedere al Pannello di Controllo e constatare il lento declino degli accessi. Nel mio blog, ultimamente, l’impressione è quella di osservare l’elettrocardiogramma di un paziente sul letto di morte, con la differenza che io – a differenza dei medici di ER – non dispongo di un defibrillatore che possa magicamente invertire il processo. Ho solo una manciata di parole, e forse nemmeno quelle giuste.

Certo, potrei darmi a un uso strumentale e criminoso dei cosiddetti “tag”, le parole chiave che indicizzano i post sui motori di ricerca, infarcendo i miei scritti di tediosi rimandi ai fatti d’attualità, ma sarebbe un espediente piuttosto squallido, peraltro adoperato con molta più maestria del sottoscritto da persone che ne hanno fatto un mestiere. Mi sento, piuttosto, di accodarmi alle parole del celeberrimo Egon Spengler, il quale, interrogato su quali fossero le sue letture preferite, rispondeva con un lapidario: «La stampa è morta».

Ma non è questo il motivo per cui questo post si è fatto attendere tanto a lungo. Il fatto è che il mio blog è afflitto da un vizio di forma piuttosto ingombrante: è nato per lusingare una persona. Certo, restringere così tanto la mia audience sarebbe un atto davvero ingeneroso nei confronti di tutti quelli che si sono sollazzati leggendo le mie stronzate, ma non posso negare che prima di quell’incontro, la mia fiducia sull’utilità della scrittura si fosse totalmente estinta. Poi in me è si è rifatta viva una convinzione che avevo abbandonato diversi anni fa, ossia che la scrittura sia una particolare forma d’amore. Amore per qualcosa che non si ha o che si è perso, siano essi luoghi, persone o emozioni. Non che debbano essere cose andate perse per sempre né tantomeno irraggiungibili, ma la scrittura è certamente lo strumento più efficace per rievocarle tutte in tempi brevi, e ripristinarle in un piccolo mondo artificiale in cui tutto funziona secondo le volontà dell’autore.

City of Words

E confesso che non sia affatto male condividerlo, quel piccolo mondo, e invitare ciascun lettore a portare con sé un’istantanea di quei paesaggi, o a reinterpretare la propria parte in ricordi vecchi di anni, o a rivivere emozioni ormai sopite da tempo. È un modo come un altro per esorcizzare il passare del tempo, e per illudersi che le cose non cambino. Ma tra quei lettori ce n’è sempre uno privilegiato, uno che più degli altri si vorrebbe persuadere dell’ospitalità di quel piccolo mondo. In fondo il destinatario della scrittura – idealmente – è sempre uno, quello che Eco chiama Lettore Modello. Beh, io non ho la presunzione di coniare etichette altrettanto efficaci. Mi limito a sostenere che, se la scrittura è veramente un atto d’amore – e ne sono fortemente persuaso – allora i suoi destinatari devono essere necessariamente circoscritti. Spesso a una sola persona. Pensate se doveste scrivere una lettera d’amore indirizzata a più persone: probabilmente cesserebbe di funzionare.

Il punto è che, a fronte di tutte queste riflessioni nobili e tremendamente smielate, mi sono nuovamente persuaso che la scrittura non sia affatto il modo migliore per conoscere una persona, né per sedurla, o anche solo per accedere alla sua parte più autentica. Il motivo è semplice: quando scrivi, anteponi tra te e il prossimo un intermediario, ossia l’autore. E l’autore è molto diverso da ciò che si è realmente. L’autore deve persuadere, deve sedurre, deve informare, deve suscitare ilarità, sgomento, nostalgia. L’autore è un altro da sé, un simulacro che diamo in pasto ai lettori affidandogli parole che altrimenti non avremmo detto. E non so sino a che punto questa proiezione possa essere salutare, né terapeutica. Così ci sono periodi in cui le parole tornano a sembrarmi un alibi dietro il quale trincerarmi, una controfigura da mandare in avanscoperta, e semplicemente mi passa la voglia di scrivere. Specie perché, essendo a mia volta un avido lettore di piccoli mondi altrui, quando mi imbatto nei loro autori, mi sembra di avvertire un’insanabile frattura tra ciò che scrivono di essere e ciò che sono davvero, e l’idea di suscitare sentimenti analoghi mi fa paura. Perciò non so sino a che punto le parole aiutino a essere se stessi, perché spesso non fanno che complicare il quadro. Spero sia solo una fase, e che un giorno mi torni la voglia di scrivere stronzate che non vi obblighino a una lettura psicanalitica delle mie parole. Sino ad allora, vi chiedo un po’ di comprensione.

Enjoy, A.

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Che fretta c’era (maledetta primavera)?

In queste settimane ho avuto una certa difficoltà nel mettere a fuoco l’argomento di quello che avrebbe dovuto essere il nuovo post sul blog. In realtà so benissimo a cosa imputare questa mia inaspettata mancanza di idee, ma mi vedo bene di gridarlo ai quattro venti. A meno che non si tratti del Ponente che – come ormai dovreste aver capito – saltuariamente spazza il litorale calettiano. A lui sarei anche disposto ad affidare le mie parole, tanto so che le porterebbe a largo, dove nessun orecchio indiscreto può sentirle, un po’ come fa con gli ombrelloni e i materassini. Al blog preferisco invece affidare una verità di facciata, che però fa sempre breccia nel cuore dei lettori: la colpa è della primavera.

Degli effetti nefasti di questa stagione sull’animo umano si è disquisito a lungo, ma la posizione ad oggi più autorevole sulla questione resta la celeberrima canzone di Loretta Goggi, la quale si chiedeva, nel lontano 1981, «Che fretta c’era». E ce lo siamo chiesto anche noi che fretta ci fosse, quando i primi tepori di questa primavera in anticipo ci hanno sorpresi mentre passeggiavamo nei parchi delle nostre città, o mentre stavamo sdraiati su qualche spiaggia. Privilegio, quest’ultimo, riservato a pochi eletti, tra le cui fila non figurano certo i Romagnoli, perché le loro lingue di sabbia maleodorante non sono degne di entrare nel novero delle “spiagge” propriamente dette. Che poi, a ben vedere, si è trattato piuttosto di un’estate in anticipo, della quale abbiamo risentito più o meno tutti, specie le ascelle degli avventori degli autobus.

La celeberrima "ascella pezzata".

 

Perché, inutile nasconderlo, le vittime sacrificali di queste subitanee ondate di calore sono le incolpevoli ascelle, le quali, sentendosi minacciate, mettono in atto meccanismi difensivi che vanno dalla commozione (da cui l’espressione “ascella commossa”) alla rabbia (da cui l’espressione “ascella furente”), passando per la più nota delle reazioni, ovvero quell’ascella “pezzata” che disegna imbarazzanti aureole nelle t-shirt/camicie. E se le fioriture degli alberi sono state prese in contropiede, l’attività ormonale delle persone che hanno cercato un momentaneo sollievo dalla calura sotto le loro fronde ha invece subito una drammatica accelerazione, manifestandosi in una precoce ostentazione di chiappe, tette, panze prominenti, rotoli & rotolini, accumuli adiposi, distese di epidermide dal pallore cadaverico, peli superflui, insomma di tutto quell’assortimento di difetti fisici che solitamente è nostra premura smaltire in tempo per l’estate, il cui avvento prematuro ci ha però costretti a esibirli anzitempo.

E in fondo la caldazza è bella anche per questo, perché si abbatte democraticamente su ricchi e poveri, belli e brutti, dando il via a quel bizzarro striptease collettivo durante il quale – chissà perché – si è disposti a riporre il mai troppo lodato senso del pudore, esattamente come si ripongono nell’armadio i capi invernali. Perciò è così che ci approcciamo alla bella stagione, (semi)nudi come mamma ci ha fatti e pervasi di adamitica ingenuità, la quale tuttavia non ci dissuade dallo scrutare con la coda dell’occhio le nudità altrui, per poi concederci la riflessione – consolatoria – che c’è sempre qualcuno messo peggio di noi. Poco importa se quel qualcuno ci ha guardati a sua volta, e probabilmente ci sta compatendo. Perché, a dispetto di quanto afferma il vecchio adagio, il sole non bacia solo i belli. Bacia anche i cessi, ma senza lingua.

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Nessun uomo è un’isola. O forse sì.

Moby.

Io torno a casa in nave. In treno e in nave, per l’esattezza. È evidente che per casa intendo quella vera, in Sardegna, e non il mio domicilio bolognese, che pure non mi dispiace affatto. I miei viaggi cominciano nella ridente città felsinea, fanno tappa in quel di Firenze e si concludono a Livorno. Questo per quanto concerne la parte in treno. Da Livorno prendo la nave e, dopo una decina di ore di navigazione che definire interminabili sarebbe un eufemismo, approdo ad Olbia. Che in Greco significa felice, stando alle perle etimologiche dispensate da Wikipedia. E non nego che un po’ felice lo sono, quando rimetto piede sulla terraferma. Perché so che quella terra, oltre che ferma, è sarda, e questo non può che essere motivo di felicità. A fugare l’entusiasmo, semmai, è il pensiero di dover affrontare altre due ore di pullman, il quale farà tappa in ogni paesino delle Baronie e, se necessario, non esiterà a caricare fuori fermata Tzia Peppina che arranca con le buste della spesa.

A questo punto potreste farmi notare che quest’Odissea potrei tranquillamente risparmiarmela, se solo fossi al corrente dell’esistenza di quel prodigio tecnologico che dobbiamo al genio dei fratelli Wright e che risponde al nome di aeroplano. Al che vi risponderei, non senza un filo di soddisfazione, che la mia è una scelta consapevole. Io devo viaggiare con quei fossili del 19esimo secolo perché ho necessità di assaporare il viaggio metro per metro: voglio sentire lo sferragliare della carrozza sui ponti, e vedere le traversine ferroviarie perdersi in un istante, mentre laggiù le colline si muovono impercettibilmente. Voglio osservare i visi delle persone ferme nelle stazioni, ed incrociare i loro sguardi che scrutano un punto indefinito, che in realtà è il tragitto che le porterà a casa, e pensare che per ciascuna di quelle persone c’è qualcuno ad attenderle sulla soglia con un abbraccio. Voglio risalire controcorrente i fiumi di viaggiatori trafelati nei sottopassaggi con il mio trolley sgangherato preso con i punti della Esso quand’ero ancora alle superiori, e correggere la traiettoria quando la ruotina sinistra si inceppa facendolo pericolosamente sbandare. E voglio emozionarmi nel percepire l’odore del mare alla prima boccata d’aria a Livorno, e sorridere ai ragazzi con i loro zaini troppo carichi e il saccopelo colorato. E voglio arrivare al porto quando è già calata la sera e le gru dei rimessaggi incombono sulle navi come sentinelle mute, ed osservare le luci tremolanti della fascia costiera perdersi all’orizzonte, quando il traghetto salpa. E magari appoggiarmi alla ringhiera di prua, mentre il vento mi accarezza la faccia, e pensare ai volti di chi mi aspetta sulla soglia di casa e a come il tempo li stia cambiando, senza intaccare il bene che mi vogliono.

Una cosa è certa: l’aereo non mi concederebbe gli stessi sentimentalismi. L’aereo ti sradica dai luoghi con la stessa rapidità di una macchina del tempo: nel giro di un’ora ti ritrovi catapultato dall’aeroporto a casa (invito chi avesse volato con Meridiana a rileggere la frase nel seguente modo: «Nel giro di un’ora ti ritrovi catapultato dal check-in al tabellone che annuncia il ritardo del tuo volo»), e la scelta più coraggiosa che avrai compiuto durante il viaggio sarà stata scegliere se bere un bicchiere di Coca-Cola o di ACE multivitaminico, previo amorevole invito della hostess. In alternativa, potresti aver sfogliato le pagine di Atmosphere, il lezioso in-flight magazine del Gruppo Meridiana fly, che nove volte su dieci narra di una Sardegna patinata che esiste solo in qualche porticciolo della Costa Smeralda. Perciò, quelle poche volte che mi capita di viaggiare in aereo, chiedo sistematicamente che mi venga assegnato un posto col finestrino, così posso guardare la Terra diventare sempre più piccola e avere l’impressione di consultare Google Maps da una postazione privilegiata. Poi aspetto compostamente l’atterraggio e, se questo avviene senza troppi scossoni, mi unisco al rito nazionalpopolare dell’applauso liberatorio che scatta non appena l’aeromobile tocca terra. Il che è riprovevole, ne sono perfettamente conscio, ma non nego di provare un sottile piacere nel partecipare al sollievo dei passeggeri che gioiscono per aver portato a casa la pelle, ignari del fatto che ci siano molte più possibilità di morire alla guida della propria automobile o per colpa di un banalissimo incidente domestico. Ma è per questo che applaudo, perché l’ignoranza è inebriante, e ti fa dimenticare le cose che pericolose lo sono per davvero. Dopo di che, allo spegnimento del fasten seat belt, contribuisco ad intasare il corridoio dell’aereo benché i portelloni siano ancora chiusi e le manovre di atterraggio ancora in corso, recupero a fatica il bagaglio a mano alloggiato sistematicamente due o tre posti prima del mio e mi avvio lentamente verso l’uscita, che ultimamente è sempre quella posteriore, dove il frastuono delle turbine dell’MD-82 mi priva delle residue capacità uditive (il grosso del danno lo ha fatto l’iPod, negli anni).

Ciò nonostante, la felicità che provo nel toccare terra è assimilabile a quella che provo arrivando in nave, perché nell’aria c’è comunque quell’inconfondibile profumo di lentischio ed elicriso che permea la Sardegna, e che per me è la prova inconfutabile di essere tornato a casa. Poi c’è da aspettare il bagaglio sul nastro trasportatore, pratica che oramai affronto con dignitosa rassegnazione, poiché è scientificamente dimostrato che la tua valigia arriverà sempre tra le ultime, indipendentemente dal tuo colore, genere, età, status sociale, professione, credo religioso e – soprattutto – ordine d’arrivo in prossimità del nastro stesso. A variare semmai è la natura dei bagagli passati in rassegna: si va dal corredo Louis Vuitton prudentemente plastificato pezzo per pezzo, come generalmente sono i legittimi proprietari, al trolley della Esso con la ruota sinistra ballerina che, in un ideale ranking delle tipologie di bagaglio, si piazza appena prima della valigia di cartone legata con lo spago. Perciò capita spesso che nel recuperarlo si faccia incetta di sguardi che oscillano tra la commiserazione e il disgusto, che il sottoscritto provvede a fugare sgommando incurante tra i passeggeri radical chic che affollano il “Costa Smeralda”, e facendo un casino degno di una falciatrice (ricordo infatti che la ruota sinistra tende ad incepparsi).

A completamento di un quadro già di per sé non roseo, c’è il fatto che ad attendermi in aeroporto non c’è alcun autista con il mio nome scritto su un cartello (da tempo ho dispensato la mia famiglia da questo annoso compito), bensì il pullman dell’ARST citato nelle prime righe del post. Pullman che, oltre alle canoniche 73 fermate nei paesini della Gallura e delle Baronie ed ai fuoriprogramma per caricare Tzia Peppina con la spesa, contempla anche una fugace sosta nei lidi mondani dell’aeroporto, la cui brevità ti costringe a “prese al volo” che ricordano molto da vicino le gesta del leggendario ragionier Ugo Fantozzi. Il suddetto pullman, dall’inconfondibile livrea rossoblu (a ricordare i colori sociali del Cagliari Calcio), si approccia infatti alla fermata ad una velocità media di 80 km/h, e il tentativo di salirvi a bordo non ammette repliche, tanto che mi sono persuaso che al volante ci siano Sandra Bullock e Keanu Reeves intenti a girare il seguito di “Speed”. La corsa per riuscire a prendere il pullman al volo causa crisi respiratorie devastanti, tanto che una volta, a bordo, mi è sembrato di scorgere il mio alter ego di ritorno in nave. La cosa sorprendente è che l’autista dispensa invece un’indulgenza quasi commovente nei confronti della celeberrima Tzia Peppina, arrivando persino ad inchiodare nel bel mezzo della Statale pur di farla salire a bordo, ed adducendo la nobile motivazione «Ca issa est betza» («Perché lei è vecchia»). Durante uno dei miei viaggi quest’atteggiamento provocò le rimostranze di un insofferente turista del Nord Italia il quale, in un imprudente afflato polemico, rivolse all’autista le seguenti parole: «Perché non riserva lo stesso trattamento ai turisti?». Risposta lapidaria: «Cussos bisonzat de los bochire» («Quelli bisognerebbe ucciderli»). Il malcapitato ebbe modo di verificare che anche la rinomata ospitalità sarda non è esente da falle, ed io di farmi delle grasse risate a sue spese.

Detto ciò, dopo aver passato in rassegna tutti i mezzi di trasporto a disposizione del pellegrino che volesse recarsi in Terra Sarda, cercherò di spiegare come un uomo dotato di un minimo di buonsenso possa propendere per la nave. La mia motivazione di razionale ha ben poco: in realtà mi sono affezionato all’idea che la Sardegna sia un’isola, e che il modo più naturale per raggiungerla sia via mare, assecondando i tempi di quell’enorme distesa blu che mi separa da lei. E poi c’è una motivazione più intima, che accomuna quel modo di viaggiare al mio modo di vedere i rapporti tra le persone. Un giorno un tale di nome John Donne scrisse che nessun uomo è un’isola, dimenticandosi che gli uomini e le isole hanno diversi aspetti in comune. Specie quando si tratta di colmare le distanze. Quando le persone si avvicinano l’una all’altra, la preoccupazione principale solitamente è scegliere il miglior modo per farlo: velocemente, eludendo le distanze, un po’ come fa l’aereo, oppure lentamente, cercando un approdo sicuro, un po’ come fa la nave. I due approcci hanno i loro pro e contro: piombare con irruenza nelle vite delle persone dimezza i tempi, ma spesso comporta un fastidioso jet lag, e comunque i voli sono passibili di cancellazioni, ritardi, scali, specie quando si viaggia con compagnie low cost. Allo stesso modo, circumnavigando le persone si finisce per trovare un approdo sicuro, ma i tempi si dilatano enormemente, e se durante il viaggio ci si imbatte in una tempesta bisogna sperare che la nave non coli a picco… beh insomma, le persone sono isole. Tutto sta nel trovare il modo migliore per raggiungerle. Io continuo a preferire la nave, perché il mare non mi fa paura. A patto che non gli si metta la “A” davanti. Ma quello è un viaggio che intraprenderò solo quando tra me e la mia “isola” costruiranno un ponte.

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La Storia dell’Uomo in 5.739 caratteri (spazi inclusi).

Nuclear Evolution.

 

Alcuni giorni fa riflettevo sulla possibilità – non così remota, stando a quanto sostiene Roberto Giacobbo – che la razza umana si estingua da un momento all’altro. Partendo dal presupposto che non mancheremmo a nessuna delle specie con cui dividiamo questa curiosa sfera che gira, l’eventualità di una nostra repentina uscita di scena ci garantirebbe l’immortalità nell’immaginario delle generazioni a venire: pensate a delle blatte senzienti (dato che sarebbero loro, assieme ai topi, le uniche creature a sopravvivere a un olocausto nucleare o all’impatto di un meteorite con la Terra) che tra una sessantina di milioni di anni, arrivate al culmine del loro processo evolutivo, decidessero di dedicarci un film.

La Blatta Senziente.

 

“Neozoic Park” narrerebbe le vicende di un’eccentrica blatta milionaria che decide di riportare in vita l’uomo a partire dai resti di un RVM di Uomini & Donne rinvenuti in un giacimento d’ambra fossile, con l’intenzione di farne la principale attrazione di un parco a tema. Poi, un po’ per la presunzione della blatta e un po’ per l’avidità dei suoi collaboratori, quegli esseri bipedi intorno al metro e ottanta finirebbero per ritorcersi contro le blatte, tornando alle attività dettate loro dall’istinto, ossia presenziare a serate in discoteca dopo aver incassato cachet vergognosi e bivaccare per mesi su un trono dorato rivolgendo il profilo migliore a favore di camera. Immagino i piccoli di blatta raggomitolarsi nelle poltrone dei cinema davanti a quelle scene raccapriccianti e i genitori rassicurarli amorevolmente: «Tranquilli piccoli, è solo un film!». La pellicola godrebbe di un clamoroso successo di pubblico, diventando il pretesto – nell’ordine –  per una trilogia dalle finalità spiccatamente commerciali, un videogame ed una linea di merendine. Dopodiché i piccoli di blatta, divenuti adolescenti, si romperebbero i coglioni degli uomini e i loro cuori comincerebbero a palpitare per le travagliate vicende sentimentali di blatte-vampiro dal look molto cool.

La solitudine della particella di sodio.

Questo per dire che, per quanto la proverbiale vanità dell’uomo lo abbia convinto di essersi guadagnato un posto d’onore nella Storia, lei potrebbe benissimo fare a meno di noi, affidando la nostra parte a qualcun altro (ad es. alle blatte di cui sopra, con buona pace della Baygon). D’altronde è da qualche miliardo di anni che i personaggi della Storia si avvicendano senza soluzione di continuità sul suo palcoscenico: in principio vi erano solo acqua, terra e un atomo di carbonio, la cui solitudine ricordava molto da vicino quella della particella di sodio dell’acqua Lete. Il signore canuto che stava al piano di sopra, impietositosi, decise di presiedere lo startup di un’impresa – la Vita S.p.A. – che avrebbe operato nell’ambito della fornitura di beni e servizi. L’intento era di rendere quelle lande desolate un posto migliore. A suo figlio, in un deprecabile atto nepotistico, affidò il compito di regional manager, carica che sarebbe diventata effettiva solo qualche anno più tardi, quando si sarebbe posta la necessità di verificare in loco la bontà dell’investimento. La concorrenza, però, fattasi nel frattempo particolarmente accanita, lo avrebbe messo in croce. Questa però è un’altra storia, procediamo con ordine.

«Credimi, quassù è sopravvalutato».

 

All’inizio c’erano quegli esserini monocellulari che con le loro ciglia sguazzavano nel brodo primordiale, poi fu il turno di quei pescetti con le pinne a mo’ di zampe che per primi si avventurarono oltre il pelo dell’acqua, guadagnando la terra ferma. Il trucco per sopravvivere in quell’ambiente ostile fu trasformare l’apparato branchiale in polmoni. Ci volle qualche milione di anni, ma con gli amici giusti riuscivi a cavartela in un paio di settimane, senza pagare il ticket. Al che la scena fu monopolizzata dai grandi rettili che, a dispetto delle generose dimensioni, furono soppiantati dall’oggetto delle loro colazioni, ossia da roditori mammiferi apparentemente insignificanti i quali, in compenso, avevano la prerogativa di riprodursi a ritmi paragonabili a quelli di Cristiano Ronaldo. Ciò consentì loro di diversificarsi in una pluralità di specie che comprendeva – tra le altre – anche i primati.

Questi, a un certo punto, capirono che stare sugli alberi era scomodo, oltre che palloso, e decisero di vedere come buttava al piano di sotto. Ma l’erba era alta, e per vedere arrivare i predatori era necessario alzarsi in piedi. Quel gesto liberò le mani per due usi fondamentali, il primo dei quali si è tramandato sino ai giorni nostri, causando la cecità di gran parte della popolazione maschile. Nel secondo, il pollice opponibile venne usato per scopi ben più nobili, ovvero per la fabbricazione di utensili, affinatasi sino alla realizzazione dell’artefatto che ha sancito il punto d’arrivo del progresso tecnologico, ossia l’iPhone 4. Ed è allora che l’uomo si è reso conto dei propri limiti, perché proprio il pollice opponibile, il suo più fedele alleato nell’assoggettamento delle altre specie e nei lunghi pomeriggi di solitudine, ha fatto sì che l’iPhone, se impugnato in maniera errata, perda il segnale. Quell’evento ha sancito uno strappo nell’evoluzione che difficilmente potrà essere ricucito da una semplice custodia. È il segno che qualcosa si è rotto, che il nostro dominio sulle altre specie è giunto all’epilogo, che l’Apocalisse è vicina. Ma consoliamoci, perché a detta del creatore «C’è un app anche per questo».

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