Piccoli mondi fatti di parole.

Per un blogger, non c’è cosa più desolante che accedere al Pannello di Controllo e constatare il lento declino degli accessi. Nel mio blog, ultimamente, l’impressione è quella di osservare l’elettrocardiogramma di un paziente sul letto di morte, con la differenza che io – a differenza dei medici di ER – non dispongo di un defibrillatore che possa magicamente invertire il processo. Ho solo una manciata di parole, e forse nemmeno quelle giuste.

Certo, potrei darmi a un uso strumentale e criminoso dei cosiddetti “tag”, le parole chiave che indicizzano i post sui motori di ricerca, infarcendo i miei scritti di tediosi rimandi ai fatti d’attualità, ma sarebbe un espediente piuttosto squallido, peraltro adoperato con molta più maestria del sottoscritto da persone che ne hanno fatto un mestiere. Mi sento, piuttosto, di accodarmi alle parole del celeberrimo Egon Spengler, il quale, interrogato su quali fossero le sue letture preferite, rispondeva con un lapidario: «La stampa è morta».

Ma non è questo il motivo per cui questo post si è fatto attendere tanto a lungo. Il fatto è che il mio blog è afflitto da un vizio di forma piuttosto ingombrante: è nato per lusingare una persona. Certo, restringere così tanto la mia audience sarebbe un atto davvero ingeneroso nei confronti di tutti quelli che si sono sollazzati leggendo le mie stronzate, ma non posso negare che prima di quell’incontro, la mia fiducia sull’utilità della scrittura si fosse totalmente estinta. Poi in me è si è rifatta viva una convinzione che avevo abbandonato diversi anni fa, ossia che la scrittura sia una particolare forma d’amore. Amore per qualcosa che non si ha o che si è perso, siano essi luoghi, persone o emozioni. Non che debbano essere cose andate perse per sempre né tantomeno irraggiungibili, ma la scrittura è certamente lo strumento più efficace per rievocarle tutte in tempi brevi, e ripristinarle in un piccolo mondo artificiale in cui tutto funziona secondo le volontà dell’autore.

City of Words

E confesso che non sia affatto male condividerlo, quel piccolo mondo, e invitare ciascun lettore a portare con sé un’istantanea di quei paesaggi, o a reinterpretare la propria parte in ricordi vecchi di anni, o a rivivere emozioni ormai sopite da tempo. È un modo come un altro per esorcizzare il passare del tempo, e per illudersi che le cose non cambino. Ma tra quei lettori ce n’è sempre uno privilegiato, uno che più degli altri si vorrebbe persuadere dell’ospitalità di quel piccolo mondo. In fondo il destinatario della scrittura – idealmente – è sempre uno, quello che Eco chiama Lettore Modello. Beh, io non ho la presunzione di coniare etichette altrettanto efficaci. Mi limito a sostenere che, se la scrittura è veramente un atto d’amore – e ne sono fortemente persuaso – allora i suoi destinatari devono essere necessariamente circoscritti. Spesso a una sola persona. Pensate se doveste scrivere una lettera d’amore indirizzata a più persone: probabilmente cesserebbe di funzionare.

Il punto è che, a fronte di tutte queste riflessioni nobili e tremendamente smielate, mi sono nuovamente persuaso che la scrittura non sia affatto il modo migliore per conoscere una persona, né per sedurla, o anche solo per accedere alla sua parte più autentica. Il motivo è semplice: quando scrivi, anteponi tra te e il prossimo un intermediario, ossia l’autore. E l’autore è molto diverso da ciò che si è realmente. L’autore deve persuadere, deve sedurre, deve informare, deve suscitare ilarità, sgomento, nostalgia. L’autore è un altro da sé, un simulacro che diamo in pasto ai lettori affidandogli parole che altrimenti non avremmo detto. E non so sino a che punto questa proiezione possa essere salutare, né terapeutica. Così ci sono periodi in cui le parole tornano a sembrarmi un alibi dietro il quale trincerarmi, una controfigura da mandare in avanscoperta, e semplicemente mi passa la voglia di scrivere. Specie perché, essendo a mia volta un avido lettore di piccoli mondi altrui, quando mi imbatto nei loro autori, mi sembra di avvertire un’insanabile frattura tra ciò che scrivono di essere e ciò che sono davvero, e l’idea di suscitare sentimenti analoghi mi fa paura. Perciò non so sino a che punto le parole aiutino a essere se stessi, perché spesso non fanno che complicare il quadro. Spero sia solo una fase, e che un giorno mi torni la voglia di scrivere stronzate che non vi obblighino a una lettura psicanalitica delle mie parole. Sino ad allora, vi chiedo un po’ di comprensione.

Enjoy, A.

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10 risposte a Piccoli mondi fatti di parole.

  1. Max ha detto:

    Bel post, e non puoi immaginare quanto capisco ciò che vuoi dire…a questo punto sono arrivato alla conclusione che scrivere equivale a dire qualcosa che, dal vivo, non riusciresti a dire. In pratica è un po’ come essere ubriachi. Ma lucidi. Insomma, lucidamente ubriachi.

    Ok la smetto, vado a giocare a Mario Galaxy 2 😉

  2. Antoni Conteddu ha detto:

    Max, l’espressione “lucidamente ubriachi” rende benissimo l’idea, così come il titolo da te citato è sicuramente il miglior antidoto a questi stati d’animo! Però anche lì, gli schemi tipici di Mario in cui si muore a ripetizione, fanno subentrare una certa frustrazione! 😉

  3. Max ha detto:

    Ahaha sono d’accordo! Il Wiimote ha rischiato più volte la fine !

  4. morella ha detto:

  5. Elena ha detto:

    Wow Anto :), condivido molti punti di questo post!

  6. maxtux ha detto:

    Non è solo il tuo blog, è un trend generale, immagino che dipenda fortemente dall’introduzione dei nuovi social network.

  7. “Il motivo è semplice: quando scrivi, anteponi tra te e il prossimo un intermediario, ossia l’autore. E l’autore è molto diverso da ciò che si è realmente. L’autore deve persuadere, deve sedurre, deve informare, deve suscitare ilarità, sgomento, nostalgia. L’autore è un altro da sé, un simulacro che diamo in pasto ai lettori affidandogli parole che altrimenti non avremmo detto. E non so sino a che punto questa proiezione possa essere salutare, né terapeutica.”

    Non si tratta affatto di una proiezione obbligata. Anzi, è una proiezione che aborro, con tutto me stesso.

    Io penso a quando scrivo (specie su uno spazio forse troppo pubblico per il mio stile) e penso che lì ci sono io, non che c’è un altro me che nasconde quello che sono realmente. Insomma, io ai lettori affido delle parole che dico, che avrei detto, che dirò. E lo sto dicendo perchè mi accorgo di farlo, anche incosciamente: quante discussioni incredibili devo ricordare solo perchè ho detto quello che ho scritto, prima e dopo averlo scritto. Forse c’è l’atteggiamento persuasivo, forse c’è la nostalgia, io ce le metto, ma la persuasione non è assolutamente esterna all’umano, è un atteggiamento di condivisione che dall’autore nasce e che non è falso. O perlomeno, per me non è completamente falso: sia quando scrivo stupidi status iper metaforici che capisco solo io sia quando mi ritrovo a VOLER difendere chi, per molto tempo, mi ha indirettamente trattato a pesci in faccia, nonostante l’amore, nato da un saggio di 40 pagine che ho discusso in tua presenza due anni fa.

    E almeno tu hai qualcuno da lusingare. Pensa a me, che devo avere spesso a che fare con una platea silenziosa. E nonostante tutto sono IO a parlare di fronte a quella platea. Non è “Il Notturno” come entità esterna, come un altro me. Link non è un altro da me, a mio avviso, figurati se io riesco ad essere altro da me stesso. 😉

  8. beatyourheartbeat ha detto:

    Innanzitutto vogliamo sapere chi o cosa vuoi/volevi lusingare.
    Detto ciò, quoto tutto ciò che scrive il notturno qui sopra. Aggiungo che l’Autore è parte di te (di me, di chiunque), spesso è quella parte più ludica ed esibizionista, e scrivendo è sempre te stesso che compiaci, è una parte di te che magari non apprezzi al 100% ma che è lì e vuole uscire, vuole essere legittimata (ecco il perché di un blog).
    Concludo dicendo che non serve affatto qualcuno da lusingare (c’è già il tuo self immorale) o una platea, tanto tutto si muove dall’edonismo altamente ricreativo dell’IDEA di una POTENZIALE platea. E basta e avanza.

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