Riflessioni (semiserie) su @PalazzoChigi, @andreasarubbi e l’#opencazzola.

Per una volta proverò a mettere da parte le mie inezie per concentrarmi su un tema di più ampio respiro (che abbia ingerito troppe Ricola?). Alcuni di voi sono già a conoscenza del mio amore spassionato per Twitter, il sito di microblogging che se solo provi a chiamarlo social network s’incazza – e con lui, i suoi utenti.

Amo Twitter perché è essenziale, onesto e persino spietato, se serve. E perché, in tempi di dominio dell’immagine, è riuscito a riportare il focus della comunicazione sulla parola scritta. O almeno ci prova.

Gli usi di Twitter sono molteplici, come eterogenea è l’utenza che lo popola. I bimbiminkia lo usano per monitorare la pubertà di Justin Bieber, i bimbiminkia più cresciuti per dileggiare le ugole dei concorrenti di X Factor, e i bimbiminkia ancor più cresciuti e con ambizioni da intellettuali per lagnarsi dell’azione di governo o per palesare la propria ficaggine. Mentre aspetto di guadagnarmi l’appellativo di twitstar, così da poter felicemente ricadere nella terza categoria di utenti, mi limito a usare Twitter come una sorta di termometro politico. Un termometro piuttosto pruriginoso, a dire il vero, tanto da essermi persuaso che non sia infilato sotto l’ascella.

Twitter assimila i malumori – o le felicità – delle persone, e li rigurgita sotto forma di fantasiosi hashtag, il cui scopo dovrebbe essere quello di indicizzare e accorpare tutti i tweet aventi come oggetto il medesimo argomento. Gli hashtag più in voga assurgono poi a una sorta di Olimpo delle conversazioni, i cosiddetti Trending Topics – noti in gergo come TT – motivo per cui gran parte dell’utenza di Twitter si affanna per riuscire a coniare un hashtag che riesca a figurare in quella nefasta classifica.

Gli eventi politici non sono naturalmente esenti da questo fenomeno di ruminazione e rielaborazione della realtà, tanto che anche la sospirata caduta del governo Berlusconi è stata accompagnata da hashtag quali #308, #finecorsa, #maipiù, sino al più esplicito #BERLUSCONIFUORIDAICOGLIONI, ingenerosamente escluso dai TT dalla pudicizia dell’algoritmo che presiede la loro composizione.

Ma c’è di più. L’uccellino di Twitter, calandosi nelle inedite vesti di cavallo di Troia – per una volta il termine non fa riferimento alle vicende sentimentali dell’ex Presidente del Consiglio – è riuscito a fare breccia nella stanza dei bottoni, quel Parlamento che credevamo alla mercé di personaggi folcloristici alla Domenico Scilipoti. La lodevole iniziativa è opera del deputato del PD Andrea Sarubbi (@andreasarubbi), cui si deve anche la paternità dell’hashtag #opencamera. Non vi nascondo che l’idea di raccontare il Parlamento dall’interno, usando una formula non ingessata, soporifera e unidirezionale come quella adottata dalle varie tv/web tv parlamentari ha riscosso sin da subito la mia approvazione (in realtà #opencamera era in fase di gestazione da più di un anno, la mia è stata una scoperta tardiva). Il mio primo commento a riguardo, datato 6 ottobre 2011, riletto oggi ha un che di profetico:

Effettivamente, di #opencamera se ne parlerà eccome. L’hashtag funziona, gli utenti discutono, fanno domande, s’incazzano. E Sarubbi, nei limiti del possibile, risponde. Tutto si consuma in un clima di febbrile attesa – in quelle ore il governo Berlusconi sta esalando il suo ultimo respiro – eppure il dibattito si connota per i toni sorprendentemente costruttivi. Una novità assoluta, in un Paese il cui lessico politico è stato ammorbato per anni dalle baruffe dei salotti televisivi. Tutto come nelle migliori favole, insomma, con @andreasarubbi a fare da gatekeeper della stanza del potere per eccellenza. Se non fosse che anche Twitter, come tutte le favole che si rispettino, contempla la figura dell’antieroe.

Ecco allora che l’attenzione del solerte Andrea, anche in seguito alle segnalazioni inoltrategli da un corposo numero di utenti, si dirige sull’account di @PalazzoChigi, profilo la cui veridicità appare quantomeno dubbia. Un fake, insomma, la cui epopea è stata abilmente riassunta dall’ottimo resoconto di jumpinshark su Storify. Il punto è che l’intento parodistico e canzonatorio del suddetto account sembra essere sfuggito ai più – a parziale giustificazione della svista bisogna ammettere che l’intento satirico non era esplicitato da nessuna parte, come invece accade in altri celeberrimi fake – e desumerlo dal solo tenore dei tweet era evidentemente opera improba, in un Paese obnubilato dalla sobrietà Montiana. Così il sospetto si è trasformato in fastidio, e il fastidio in denuncia. Sarubbi segnala alla Polizia Postale, il braccio armato (di mouse) della legge – o chi per lui – esegue, e @PalazzoChigi chiude i battenti. Lasciandosi dietro l’inevitabile scia di polemiche. Twitter si divide e le opposte fazioni si sfidano a singolar tenzone, rispolverando termini suggestivi quali golpe, furto d’identità e diritto di satira. Io stesso cavalco l’onda dispensando qualche benevola minchiata all’hashtag #opencazzola, e saluto con entusiasmo la reincarnazione del defunto @PalazzoChigi nell’esotico – e, a mio modo di vedere, esilarante – @PalazzoFiji.

Eppure, a mio modesto avviso, la parte veramente esilarante dell’intera vicenda è quella che ha preceduto il definitivo smascheramento e castigo del fake: l’accertamento della verità ha infatti ricordato, nelle modalità, quella celeberrima gag nella quale due amici, passeggiando per strada, si imbattono in una sostanza marrone e, dubbiosi circa la sua natura, cominciano ad assaggiarla a turno. Uno sostiene si tratti di merda, l’altro di cioccolata. Giunti alla conclusione che si tratti effettivamente di merda, i due si rallegrano per non averla pestata. Il fatto è che, a fare i censori, quand’anche la merda non la si pesti, si rischia perlomeno di assaggiarla. Citando un episodio meno pecoreccio, il fake di @PalazzoChigi potrebbe ricordare anche la beffa delle teste di Modigliani messa a segno da tre ragazzi livornesi nel 1984. Anche in quell’occasione, ci fu chi rise e chi si sentì perculato. Il lascito curioso dell’intera vicenda è che pare vogliano farci un film, perciò magari tra vent’anni c’è gloria anche per noi.

Tornando seri, vorrei concludere questa mia breve (e, a scanso di equivoci, ironica) disamina sull’accaduto citando un esempio certamente più vicino nel tempo, nonché di maggior pertinenza tematica rispetto all’oggetto del contendere: fake e Social Media. Nel 2003 Friendster, uno degli archetipi dei moderni social network, conobbe un’eccezionale moltiplicazione dei falsi profili. L’aumento dei fake – che si era soliti identificare con l’appellativo di Fakester – era in larga parte ascrivibile al tentativo degli utenti di aggirare uno dei limiti strutturali di Friendster, ovvero il non poter visualizzare i profili di persone lontane più di quattro gradi di separazione (perciò, almeno virtualmente, non si poteva entrare in contatto con degli sconosciuti). In questo senso i fake – guarda caso politici, vip e istituzioni – fungevano da aggregatori di persone tra loro estranee, escamotage che permise agli utenti di espandere il proprio network. Di contro, però, i falsi profili indispettirono a tal punto gli amministratori di Friendster da guadagnarsi il ban permanente, politica che di fatto sancì la rottura del patto di fiducia tra sito e utenti (molti dei quali trovarono asilo nell’ormai defunto MySpace). Morale della favola, gli ambienti troppo “normati” a mio avviso perdono di appetibilità. L’utenza è suggestionabile, si spaventa e – nel peggiore dei casi – migra altrove. Il caso di @PalazzoChigi non lascia certo presagire l’attuazione di un regime censorio anche su Twitter (almeno spero), ma un’eccessiva attenzione della politica – in senso lato – sui Social Media potrebbe avere derive nefaste.

In ultima istanza, parafrasando una citazione ormai abusata, è bene ricordare che, comunque vada, un cinguettio ci seppellirà.

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4 risposte a Riflessioni (semiserie) su @PalazzoChigi, @andreasarubbi e l’#opencazzola.

  1. morella ha detto:

    ..”un cinguettio ci seppellirà” .. ahahaha!! grande! ci mancavi!!!! ;D

  2. Elena ha detto:

    Ahah geniale Anto!ma te la giochi con il fuckin genius che ha ideato palazzofiji!

  3. beatyourheartbeat ha detto:

    Ehmm, twitter ti sta squacciando il cervello mi sa.

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