La Casa dalle Finestre che Miagolano.

Nota dell’autore: questa short story è dedicata al genio di un amico, che non avrà difficoltà a “ritrovarsi” nel testo. I suoi racconti, a dispetto della giovane età e della penna ancora acerba, riuscivano a privarci del sonno. Citare quelle opere mi sembrava doveroso. Non restava che riadattarne il contenuto agli eventi attuali… i quali, ahimè, generano mostri più terrificanti di quelli partoriti dalla più fervida immaginazione (l’evento è questo, nel caso vi fosse sfuggito).

La giornata di oggi è cominciata come tutte le altre, ossia con la preparazione di un caffè. Salto le parti riguardanti l’espletamento dei bisogni fisiologici e lo smarrimento che provo nel guardarmi allo specchio di primo mattino perché le ritengo sociologicamente poco interessanti. Dicevo, il caffè: pur possedendo la “Mokona” della Bialetti, nutro un certo scetticismo nei confronti delle cialde. L’idea di produrre un caffè standardizzato con il beneplacito di George Clooney mi disturba, così preferisco procedere con il metodo pseudo-tradizionale: carico il caffè sfuso, lo presso leggermente e premo il pulsante. In questo modo la quantità di caffè non è mai la stessa, ed anche la pressione registra variazioni infinitesimali ma decisive ai fini della preparazione. Il risultato è sbalorditivo: un caffè che, ogni mattina, fa cagare in maniera impercettibilmente diversa, facendomi puntualmente rimpiangere le cialde.

Ombre inquietanti in cucina.

Così, mentre sorseggio la mia corroborante tazzina di “acqua sporca”, l’occhio mi cade su una porzione di cielo terso lasciata libera dalle tende. Apro leggermente la finestra. C’è un bel sole oggi… diresti che è primavera, se non fosse per una leggera brezza da est che profuma ancora d’inverno. Vorrei affacciarmi e respirarne a pieni polmoni, ma le mie intenzioni sono frustrate da un ostacolo insormontabile: la finestra ha le sbarre. Inferriate verticali incassate sul perimetro in cemento. Credo sia possibile aprirle, ma sinceramente non ci ho mai provato. Qua e là la ferraglia si attorciglia in sinistri motivi floreali che nelle intenzioni dovrebbero dissimulare il senso di reclusione, ma che in realtà falliscono miseramente nel loro intento. È curioso come il timore crescente di essere deprivati delle proprie cose abbia spinto gli abitanti delle città a trincerarsi sempre più all’interno dell’involucro domestico, facendolo gradualmente assomigliare a una cella. Il condomino, questa bizzarra mutazione dell’animale uomo, esorcizza la paura del prossimo con un nutrito equipaggiamento di amuleti: sbarre, portoni blindati/allarmati/minati, spioncini, feritoie, chiavistelli, lucchetti, serragli, telecamere a circuito chiuso… l’isolamento volontario è percepito come cosa buona e giusta, finanche necessaria al mantenimento dell’integrità fisica e morale. Scostando ulteriormente la tenda mi accorgo che nel condominio di fronte c’è persino chi si è munito di inferriate pur abitando al quinto piano. Incrocio lo sguardo sornione di un gatto tigrato che da dietro le sbarre sembra ricambiare il mio cenno di disapprovazione, e mi chiedo se i proprietari dell’appartamento ritengano che i ladri abbiano doti atletiche paragonabili a quelle di Alain Robert, l’arrampicatore francese noto per aver conquistato le vette dei più famosi grattacieli del mondo.

Contrariato, apro il cassetto in cui custodisco il mazzo delle chiavi di casa: ormai sono fortemente persuaso a spalancare le inferriate e sfidare il clima di psicosi collettiva che attanaglia questa città piccolo-borghese. Passo in rassegna diverse chiavi ma nessuna sembra combaciare con la serratura, sinché una di esse – l’ultima – risponde inaspettatamente alle mie sollecitazioni. Il chiavistello si riattiva con un cigolio metallico e le inferriate sono attraversate da un’impercettibile vibrazione. Vengo investito dal pulviscolo depositatosi su di esse negli anni, e sibilo un «merda» di disappunto.

Personaggio inquietante in tribunale.

Mi accingo ad aprire con prepotenza le inferriate, quando vengo colto da una leggera vertigine che per un attimo mi fa vacillare. Cerco appiglio nelle sbarre per non perdere l’equilibrio, e nell’istante in cui vengo a contatto col metallo ho un’agghiacciante percezione extrasensoriale: vedo il corpo glabro e disseminato di tatuaggi di Fabrizio Corona fare irruzione nella stanza attraverso la finestra… farfuglia frasi sconnesse in un idioma a me ignoto, ma riesco a distinguere la promessa di un lauto compenso in denaro qualora acconsentissi a rilasciare un’intervista esclusiva. Cerco di spiegargli che probabilmente non sono l’uomo che cerca, e che non sevizio ragazzine per poi gettarle nei pozzi, ma al mio invito ad abbandonare la stanza, mi incalza brandendo un paio di mutande della sua collezione di intimo. Inorridito, comincio a recitare ossessivamente versetti del codice penale, che hanno l’effetto di placare l’essere immondo. Non convinto di averlo definitivamente ammansito, gli porgo una tazzina della mia “acqua sporca” in segno di tregua. Tremo visibilmente, tanto che rischio di rovesciarla. L’energumeno afferra avidamente la tazzina e ne trangugia il contenuto, al che emette uno straziante gorgoglio per poi dissolversi in una nube di polvere. Osservo la scena attonito, non senza aver ringraziato il mio scetticismo nei confronti delle cialde. Poi la stanza comincia a girare. Percepisco il miagolio di un gatto, dapprima in lontananza, poi sempre più vicino, e improvvisamente riemergo dalla vertigine. Le mie mani stringono le inferriate ancora chiuse e il gatto tigrato miagola dalla finestra al quinto piano del condominio di fronte. Terrorizzato, serro con forza il chiavistello, chiudo le tende e scaglio la chiave dall’altra parte della stanza. Mi distendo sul divano e sento l’agitazione cominciare lentamente a diminuire. Fuori il cielo è terso, nonostante una pungente brezza da est, ma io non ho più voglia di affacciarmi. Da dietro le tende intravedo i motivi floreali delle inferriate. Non mi ero mai accorto di quanto fossero belli.

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Del blog, della Strada Nuova e del vento di Ponente.

Tempo fa una mia amica ed io ci chiedevamo quali siano le ragioni per cui una persona decide di aprire un blog. Dopo ore di affannose elucubrazioni eravamo riusciti ad isolare una motivazione fondamentale: le vicissitudini sentimentali. Effettivamente il due di picche è alla base delle più recenti epopee informatiche: Mark Zuckerberg venne malamente scaricato dalla ragazza poco prima di inventare Facebook. Stessa sorte toccò a Sean Parker, cofondatore di Napster. Tuttavia quella motivazione, da sola, non bastava a spiegare il “Big Bang” che sta alla base della genesi di un blog. Così nei giorni successivi a quella geniale intuizione mi sono divertito ad individuare altre possibili cause, che vi illustro brevemente qui di seguito:

  • La disponibilità di un quantitativo indecente di tempo libero da sottrarre ad un lavoro onesto e da dedicare a temi che, nella migliore delle ipotesi, interesseranno solo te ed una ristretta cerchia di amici.
  • Una fede cieca e malriposta nel potere terapeutico della scrittura.
  • L’illusione di essere portatori di un punto di vista illuminato sulle cose, e la presunzione di poterlo condividere con qualcuno.

Dalla combinazione nelle giuste dosi di questi elementi nasce anche il mio blog, al cui primo vagito segue inevitabilmente un interrogativo: se ne sentiva realmente il bisogno? La risposta, ovviamente, è no, ma mi piace pensare che le cose futili siano quelle cui in fondo teniamo di più. Un po’ come succede per la seconda casa, la seconda auto, il secondo televisore, il secondo cellulare, la seconda Repubblica… cose futili alle quali ci siamo abituati a tal punto da non poterne più fare a meno.

Header blog 2006

L'header del blog del 2006 magistralmente "ritoccato" da Albe.

Non a caso questo è il mio secondo blog. L’illustre (sic) predecessore fu vittima di un sabotaggio informatico che ricorda molto da vicino le vicende di Wikileaks, con l’unica differenza che le mie indiscrezioni di allora riguardavano la persona di Aldo Busi e non quella di Silvio Berlusconi (spero possiate perdonarmi per aver accostato l’appellativo di “persone” agli esseri sopracitati, la spaccerò per una licenza poetica).

Quello da cui presi congedo nel 2006 era però un web profondamente diverso: l’interazione face-to-face aveva ancora la meglio su quella face-to-facebook, e il fulcro degli eventi era costituito ancora dalle persone che vi prendevano parte, non dalle rispettive fotocamere digitali. «Mi piace questo elemento» era un’espressione che avremmo attribuito tutt’al più a un chimico intento a contemplare la tavola periodica di Mendeleev, dandogli dello sfigato. “Condividere il proprio stato con gli altri” era un concetto ignoto alle masse, specie ai leghisti, per i quali sarebbe stato un atto di indicibile gravità. Ora lo fanno anche loro, ma solo sulle rispettive bacheche. L’uccellino di Twitter pigolava implume nel suo nido, e per diventare “sindaco” di una località era sufficiente affiliarsi alla Mafia, piuttosto che iscriversi a Foursquare. In compenso il tasso di disoccupazione giovanile era molto simile a quello attuale, ma non ci si poteva rincuorare condividendo il proprio status di disoccupato su LinkedIn. I dispositivi della Apple non contemplavano la funzione di chiamata (in realtà nemmeno quelli attuali, chiedo venia) e la Sinistra italiana non aveva la sua social tv. In compenso aveva una rappresentanza parlamentare, il che in un paese che si professa democratico non è un dettaglio da trascurare. I video su YouTube avevano definizioni minori, minori che ora frequentano ville di anziani in Brianza, perciò ai problemi di definizione sono subentrati quelli altrettanto gravi di deflorazione. A proposito, “Ruby” era soltanto un singolo dei Kaiser Chiefs che potevi scaricare gratis da eMule, ora è una single minorenne che ti chiede 5 milioni di euro dopo che la scarichi.

Il canale Vivarelli

Un canale Vivarelli dall'aspetto sorprendentemente salubre.

 

Tuttavia voglio credere che in questi cinque lunghi anni di incubazione il mio blog abbia maturato gli anticorpi necessari per sopravvivere alle oscenità dei nostri tempi, o quantomeno che possa diventare talmente osceno da passare inosservato nello sfacelo collettivo. Mi impegnerò in tal senso, è una promessa.  Ah già, il nome del blog. Presumo vi siate interrogati sul significato de “La Strada Nuova”, magari associandolo a quel vecchio adagio che ci invita a non intraprenderla a discapito della vecchia. Qualcuno avrà pensato ad un nuovo inizio, che vede il sottoscritto intraprendere sentieri inesplorati. Nah, niente di tutto questo. Alla base della scelta del nome c’è una motivazione che di nobile ha ben poco: la Strada Nuova non è altro che l’espressione gergale con cui, in quel di La Caletta – il mio ameno villaggio – si suole chiamare via Napoli, un tratto di strada che costeggia da un lato un litorale incontaminato, e dall’altro un canale putrescente. Ma farei un torto a quella sconnessa lingua d’asfalto se negassi il suo valore mitologico: la Strada Nuova è il crocevia tra l’Inferno e il Paradiso, il Passato e il Futuro, il Bene e il Male. È un bivio generazionale, un non-luogo, per dirla alla Marc Augé, o uno spazio tra gli spazi, per dirla alla Harold Oxley… ma essa è innanzitutto il posto più indicato per consumare le bevande acquistate nella vicina enoteca: sopra di te hai le stelle, davanti a te il mare, ed alle tue spalle le esalazioni del canale Vivarelli.

La ringhiera verde

La ringhiera "deturpata" dai ragazzini e dalla ruggine.

 

È una strada che “nuova” in realtà non lo è mai stata, se non nell’appellativo maldestramente attribuitole dai Calettiani, perché la pavimentazione ha cominciato a saltare dopo qualche mese dalla conclusione dei lavori, e i ragazzini (me compreso) si sono divertiti a staccare i rombi metallici che decoravano la ringhiera e a lanciarli nel canale antistante. Tuttavia è qui che vorrei portarvi, e farvi sedere su una di quelle discutibili panchine in granito, in una di quelle giornate di luglio in cui il vento di terra spazza il cielo e “pettina” il mare, tanto da farlo sembrare innocuo a un occhio inesperto. In quelle giornate, in realtà, basta un nulla perché la corrente ti porti a largo, e tu che scruti il mare da anni lo sai, ma i turisti no, e così vedi i materassini salpare in direzione Civitavecchia come animati da vita propria, e i legittimi proprietari affannarsi nel vano tentativo di recuperarli. E le raffiche di Ponente sradicano gli ombrelloni, che spiccano il volo come gabbiani multicolori. Vorrei che foste seduti su una di quelle panchine a godervi la scena non tanto per farvi beffe dei turisti, quanto perché è così che immagino la vita. Come un mare apparentemente innocuo in una giornata di Ponente, che appena ti distrai un attimo ti porta via con sé, verso luoghi lontani. E la fantasia è il nostro vento di Ponente, ma spira così di rado, dannazione. Solo in quelle giornate di luglio. In compenso su quella panchina c’è spazio a sufficienza per sedersi in compagnia delle tre/quattro persone che contano davvero, e aspettare insieme che quel vento si alzi di nuovo, mentre sorridendo guardiamo il mare.

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